Il mondo in fiamme

Pubblicato il da orizzonti.over-blog.it

Scontri nello YemenE' la volta della Libia ora. Il vento del deserto, il vento della rivoluzione che ha spazzato via i rais di Tunisia ed Egitto ora si è abbattuto sul paese dove Gheddafi, che vanta una lunga amicizia con il satrapello di Arcore, governa da decenni. Se fossi in B. comincerei a preoccuparmi. Perchè le coscienze, anche le più obnubilate, non possono rimanere a lungo silenti. Prima o poi il tappo salta.
Oggi a Bengasi ci sono stati nuovi scontri davanti al tribunale. I morti di questi giorni sono più di 300. Mercenari, provenienti da diversi paesi africani, assoldati dal dittatore libico, hanno aperto il fuoco sui manifestanti che celebravano i funerali delle vittime degli scontri di questi giorni. Si mormora anche di un tentativo di golpe portato avanti dal generale Abdelfattan Younis. La fonte è un medico dell'ospedale di Bengasi "al-Jala", Khalil Ahmad. Pare che il generale sia a capo di un battaglione dell'esercito diretto verso il quartiere di al-Barka di Bengasi per liberare la zona dalla presenza dei mercenari di Gheddafi.
Anche a Tripoli si sta svolgendo una grande manifestazione contro il colonnello. Al-Jazeera riferisce che un gruppo di manifestanti si sarebbe diretto verso la casa di Gheddafi per incendiarla. La tribù degli al-Furjan si è schierata a fianco dei manifestanti, viene annunciato nei siti dell'opposizione in internet. Siti che denunciano l'uso degli immigrati clandestini come mercenari da parte del regime di Gheddafi. Quest'ultimo sembra non avere alcuna intenzione di lasciare il paese. Anche lui, come Mubarak, vuole morire nella sua terra natale. Nevrosi di dittatori assoluti.
"Non siamo in grado di sapere a chi appartengano in questo momento Bengasi e le altre città della Cirenaica" è l'affermazione del vescovo di Tripoli, monsignor Giovanni Martinelli (ANSA), che si è dichiarato possibilista sull'evolversi della situazione. Intanto la rete è bloccata e l'accesso chiuso in quasi tutta la Libia. Google ha aggirato, però, il blocco e ha messo a disposizione dei numeri con i quali arrivare a Twitter per consentire ai libici di comunicare anche in presenza del blocco di internet. La televisione continua a trasmettere immagini di tranquillità nelle vie di Bengasi e Tripoli e afferma che il regime di Gheddafi non è affatto in pericolo. Ma il colonnello continua a minacciare l'Europa, che ritiene fomenti le rivolte: non coopererà più (ma quando mai l'ha fatto?) nel bloccare il flusso dei migranti.
Malgrado le rassicurazioni del vescovo di Tripoli, gli ospedali hanno lanciato un appello perchè non sono più in grado di gestire i feriti che stanno affluendo ai centri medici per farsi curare. Occorrono medici, sangue, attrezzature e ospedali da campo.
E in un'altra parte del mondo orientale, in Yemen, centinaia di studenti sono scesi in piazza per una manifestazione antigovernativa davanti al campus dell'università di Sanaa. Un numero imprecisato di persone, invece, ha percorso le vie della capitale per chiedere al presidente Alì Abdullah Saleh di lasciare il potere dopo 32 anni. Sembra si siano sentiti dei colpi di armi da fuoco sparati contro i dimostranti. Le morti, dall'inizio delle proteste (13 febbraio), sono decine.
Non si può spegnere per sempre la voce del popolo. Qualcuno, molto vicino a noi, dovrebbe capirlo, se non avesse il cervello e il comprendonio obnubilato dal troppo uso di pasticche di vario genere. E' tempo di cambiare. Sgombriamoci il cervello dalle nebbie che l'hanno avvolto finora. Finché si possono ottenere diritti e cambiamenti pacificamente, abbiamo il dovere morale di agire.

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